Rodaggio

Un gioco, pensa.

Un banale foglio bianco, una penna e qualche ora per lasciare la mente a briglia sciolta.

Dimenticare impegni, scadenze, priorità (vere o presunte), libri da leggere, giochi da finire, robe da spostare di qua e di là senza un vero perchè se non quello di dare moto allo stato di inerzia; eppure scegliere di stare fermo, in una posizione scomoda, seduto al tavolo spoglio con un foglio bianco e una penna. Sgombrare la fantasia da quelle comode strutture che emergono per prime, riportate a galla da ricordi superficiali. Sporcare il foglio di false piste, pazientando perchè ormai si conosce come opera la propria mente; il bisogno di scaldare i muscoli, far risalire le prime goccioline di sudore, mettersi sotto sforzo ignorando quasi del tutto ciò che si scrive. È solo il disordine delle (tante) cose lasciate nel mezzo – sempre per quella forma di frenesia e caos che coglie nella creazione -

Passata la prima fase a imbrattare la carta c’è un momento stasi.

Tra i tanti, un passo diventa il primo e quelli a seguire non hanno bisogno di essere contati se non quello della fine della scorribanda… e il passo immediatamente dopo, che deve allettare quel tanto che basta per invogliare una pronta ripartenza.

Il primo, l’ultimo e quello immediatamente successivo.

Un consiglio prezioso di uno scrittore vero (Hemingway).

L’importante è sapere che comunque, per te, ci sarà sempre una pagina di rodaggio.

Una pagina vuota e piena allo stesso tempo. Uno spazio bianco dove poggiare le zavorre e librarsi.

Rimane sempre il dubbio di cosa farsene di quelle “carte sporche” che rileggerle porta a considerazioni alterate, false piste, dubbi latenti e – raramente – nascondono delle nuove opportunità.

La scelta è farne un mazzetto, continuare ad accumulare e poi, in un domani di successi e appagamento – con una struttura di se consolidata e piena – rileggere e tentare di salvare le belle cose depositate o farne un libro di moniti criptici su come ci si prepara a scrivere: affidandarsi a strumenti poveri (carta e penna), non temere di scrivere cialtronate e …scrivere, scrivere, scrivere.

L’anello

Dopo il matrimonio – i primi tempi – temevo che la fede al dito fosse troppo grande. Ricordo che durante il viaggio di nozze ci controllavamo a vicenda subito dopo aver fatto il bagno e la notte, prima di abbandonarci al sonno, tastavamo l’un l’altra la presenza dell’anello sull’anulare. La fede è stata una presenza tangibile ed estranea sul dito ed è stata una costante guardarlo per assicurarsi che fosse tutto reale e non una mia fantasticheria elaborata. Penso accada lo stesso con i tatuaggi prima che diventino parte integrante del corpo. Ora mi accorgo di rado di indossare un anello – per me poi, che sono un tipo che non porta nemmeno l’orologio per il fastidio; è una conquista! – e la sua presenza mi stupisce sempre con un bagliore argenteo. Non saprei stare senza, mi sentirei privato di una parte vitale. È in uno di questi momenti di sorpresa che mi viene da fare una preghiera: fa che tutto rimanga così. Cristallizzato. Inalterabile. Ora non so voi ma per quanto mi riguarda ogni qual volta ho fatto una simile preghiera, una grossa sorpresa ha scombinato è rimescolato le carte in tavola. Mi chiedo quale sia la sorpresa che ci aspetta dietro l’angolo.

p.s. ora lo sappiamo
image

Incubo

Stanotte sono stato colto da un incubo. Non mi accadeva da 3 anni ormai e avevo quasi dimenticato il denso terrore in cui ci si ritrova invischiati nel risveglio notturno.

La melma non si scioglie facilmente malgrado la luce accesa a dissipare le tenebre brulicanti di orrori. Il bicchiere d’acqua a reidratare la bocca secca, inaridita.

La propria voce è persa nel buio ovattato della stanza. I pochi rumori udibili sono lontani e inquietanti.

Ho fatto fatica a riprendere sonno.

Sapevo che l’incubo era ancora li ad aspettarmi sulla soglia del sogno.

Ho provato ad analizzare quello che l’incubo aveva portato a galla con le sue acque scure, ristagnanti. Un bolo mal digerito. In maniera razionale, per quel che ho potuto, ho recuperato dallo scarto le inquietudini, pezzo per pezzo.

Infine ho deciso di affrontare l’incubo, inizialmente faccia a faccia, con violenza.  Ma non si può combattere alla pari con le paure. Ci si  stanca nella lotta e si è sempre più timorosi di non farcela. E la paura cresce.

La questione stava volgendo a mio sfavore quando ho deciso che non era il modo giusto di affrontare la cosa.

Ho scrutato le mie paure allora. Niente di più sbagliato. La massa scura ha cambiato forma e sostanza un milione di volte mostrandomi, in una girandola di sofferenza, tutte le sfaccettature delle mie debolezze.

Stavo cedendo di nuovo all’incubo, quasi rassegnandomi ad un nuovo ansiogeno risveglio.

Poi ho scelto di rispondere al terrore con la tenerezza della comprensione. Ho accarezzato ogni singola paura, accettato le mie debolezze, le mie fragilità di uomo. Ho amato la mia fragilità.

Ho dissipato l’incubo.

Per ora.

La gioia della vittoria è comunque poca cosa di fronte alla debolezza del giorno dopo.

Fatico a concentrarmi.

Sento addosso i filamenti della tela di quel  ragno mostruoso che vedo ad ogni angolo. Mi è rimasta addosso la notte, l’odore di lenzuola e quel sentore di paura.

Una stanza in penombra è sufficiente a mandare in pezzi le mie sicurezze.

Spero si dissipi la nebbia di ansietà nel corso della giornata.

Non voglio tornare a casa e ritrovare quella cosa che mi aspetta.

Non voglio coricarmi con l’impressione di avvolgermi in un sudario.

Quanto spaventa la paura della paura stessa.

Le buone abitudini


Quando decidi, inconsapevolmente, di forzare la tua quotidianità e fare qualcosa di diverso, beh, allora può capitare di trovarti per caso in un’immagine da romanzo. Non sei mai stato in quel posto prima d’ora, un bar ameno con l’unica caratteristicha di avere una grande vetrina su strada, semplicemente non è di strada nel tuo percorso abituale. Ma capita (oggi è capitato) di ritrorti proprio lì, a fare una cosa che non facevi da tempo, un gesto che ti ha sempre fatto bene ma che avevi accidentalmente smesso di fare. Scrivi, e ti sembra che tutto vada secondo un corso prestabilito e giusto. Affianchi parole, costruisci concetti, dai vita all’inchiostro, sgomberi la mente come fosse una pratica meditativa. Affacciato alla vetrina, guardi senza attenzione le persone che ti passano davanti. Il fiato condensa sul vetro. Sorseggi una bevanda calda sperando che sciolga il gelo che ti imprigiona dita e pensieri. Sarebbe un buon momento per riflettere sui massimi sistemi, prendere decisioni importanti, di quelle che perdi la determinazione non appena superata la soglia del locale. Qualche occhio curioso ti osserva, vorrebbe capire cosa scrivi, entrare in qualche modo nel flusso, casomai servisse ispirazione. Ti viene da sorridere. Chissà se capiscono l’urgenza di imprimere un pensiero su carta. Fissare un’idea che in un secondo momento potrà sembrare totalmente bislacca. La penna va da sola e si ferma quando decide lei. Ti ha rapito un’altra volta e ne sei consapevole ma lasci fare. Non hai fretta. Nessun appuntamento. Oggi è un giorno fuori dai giorni. E ti chiedi: perchè ho smesso? É lecito dare la colpa agli impegni quotidiani? Come mai è stato tutto così poco traumatico l’abbandono di tali buone abitudini? E poi: come fare a riprendere il ritmo? Come fare a non cedere di nuovo alla quotidianità opprimente? Il dilemma è quando scrivere, la risposta SCRIVI e basta.

Vip, una storia vera

Quando incontro una persona famosa, un VIP, rimango totalmente impietrito, talmente scosso da quello che potrei dire e fare di sbagliato da non riuscire a far altro che guardarla/lo con espressione inebetita.
Se fossi a loro posto temerei un aggressione da tipi come me.
In realtà basterebbe solo uno scambio di sorrisi per rompere il ghiaccio; la forma di comunicazione più semplice per togliere l’empace del riconoscimento.
Qui poi si vede anche lo spessore dell’artista che incontri.
Senza stare troppo a dilungarmi: una cosa è parlare con Dario Fo e tutt’altra è dialogare con uno qualsiasi del grande fratello (prima edizione, quella che abbiamo visto tutti pure chi ora ha la puzza sotto il naso, come me).
Il problema è che ci intimidisce la conoscenza (pubblica, parziale, falsata) che abbiamo incamerato grazie a libri, giornali, film piece teatrali, TV (in scrupoloso ordine di importanza) mentre i suddetti vip di noi non sanno nulla se non che bramiamo qualcosa da loro. La foto e l’autografo diventano vie di fuga dal reciproco imbarazzo. Per quanto preferisca stringere la mano della persona che stimo, non denigro un bel autografo (ne conservo uno del mio portiere preferito, Francesco Antonioli) o una foto con un ottima esposizione (ecco il motivo del mio album di foto vip a quota zero). Ma il personaggio famoso di turno che ne pensa? Facciamo un piccolo esercizio di immedesimazione. Lui è lì che si fa i fatti suoi, magari sta accompagnando i figli a scuola e si destreggia tra carrozzina e pargolo in braccio. Gli si para davanti, all’ultimo momento, un cristone di due metri con lo sguardo spiritato. Il nostro vip lo scansa per un pelo salvandolo da uno scontro con il passeggino sicuramente fatale. Si scusa anche, il vip, per non aver visto quell’enormità di persona venirgli incontro e il gigante che fa? Porge un disco e un pennarello per elemosinare una firma. Ma il fato è beffardo e utilizza ogni strumento per intervenire. La mano sudata e goffa dell’omone si lascia sfuggire la presa sul pennarello che vola, vortica e si infila con precisione millimetrica nel tombino fognario. Al vip con prole e al suo fan non resta che guardarsi negli occhi e farsi una gran risata. Questa è la storia vera di come non ho ottenuto un disco autografato ma ho regalato un sorriso e un aneddoto divertente ad un mio eroe.

Mare nostrum

image

Estate. Gente ammassata sul litorale. Famiglie e comitive, tutte indistintamente rumorose. Odore di creme solari, panini imbottiti con il tonno e… odore di sale. Corpi tirati a lucido o lasciati alla deriva degli anni e degli eccessi.Menti razionali- chi più chi meno – piegate all’irrazionale. La fuga dalla città, la speranza del mare come orizzonte sondabile con gli occhi. Il nuovo limite della speranza.

Una tavola che stravolge i colori primari riducendone all’azzurro, riflesso del cielo che non siamo più in grado di contemplare?

Mare. Inizio e Fine.

Luogo dove immergersi per pregare una rinascita. Domina il mare fuori, piangi il mare dentro.

Dave

Claremont, California.

Provate ad immaginare un uomo – una mole considerevole, un esemplare più che rispettabile della razza umana – confinato nella soffitta di casa sua, chino su una scrivania troppo stretta, occupata per metà da un computer obsoleto di terza mano, di quelli che possiedono la lentezza tipica di un pensiero ragionato.

Immaginate anche una finestrella, generosa nel riversare luce naturale su un cumulo di carte, post-it, articoli di giornale, tazze di caffé consumato tiepido, mozziconi di matita con il gommino usurato, un libro di finanza e la Noia come fermacarte.

Imprimetevi nella mente quest’uomo, seduto leggermente curvo e intento a tracciare con grafia ipercinetica il flusso folle e costante di pensieri.

La testa come una fucina dal fuoco ruggente.

Una fabbrica di pallottole durante la prima guerra mondiale.

Il caldo è una sfida improba.

La bandana rossa e blu, che cinge la fronte dell’uomo, ha la doppia valenza di tergere il sudore copioso e imbrigliare il volo di quei pensieri sfuggenti, talmente iperbolici da rischiare di scomparire nel proprio culo.

La mandibola si muove metodicamente.

Mastica.

La sua provenienza geografica suggerisce un’abitudine associata – chissà per quale motivo poi – ad una gomma americana, ma i denti – quelli si, grandi e forti, tipicamente americani – lavorano una massa amara e stoppacciosa che, impastata con la saliva, va a soddisfare un bisogno indotto dal vizio (uno dei tanti dell’uomo).

Quando il bolo di tabacco pestato ha ormai rilasciato le sue venefiche proprietà, l’uomo stende il braccio, afferra la tazza di caffé e sputa l’eccedenza. Vorrebbe farlo con altri grumi che lo infestano.

Il gesto sembra un segnale di via, un colpo di pistola sulla pista d’atletica. Due Labrador color nocciola, ebbri di felicità e ansiosi di condividere la passeggiata appena conclusa, si proiettano nella stanza e prendono a strofinarsi contro le gambe del padrone.

L’insistenza dei due cani distoglie l’uomo dai suoi fogli gialli.

I figli pelosi possono godere nel leccare le guance ispide del padre, il volto scavato dalla stanchezza conserva rotondità insospettabili.

Uno dei due Labrador balza tentando un goffo abbraccio.

Si sfila la bandana liberando i lunghi capelli umidi che si frappongono subito tra il fervore degli animali e i pensieri dell’uomo.

Poi gli sguardi si incrociano.

Basta una frazione di secondo, un riflesso metallico delle lenti tonde degli occhiali.

I Labrador spengono il loro slancio e si fanno accarezzare dalle mani tremanti.

Movimenti lenti, metodici, che evocano la levigatura più che la carezza.

Il pallore della pelle appartiene ad una regalità antica.

L’uomo pallido appunta la frase con un’incisione sul foglio. La punta della penna calca, imprime inchiostro, tensione, sforzo, paura.

I cani abbandonano la stanza. Fiutano tempesta.

- Tesoro! Esco un attimo, vado in farmacia –

I cani si affrettano, disperatamente tentano di fermare la voce ma arrivano, guaendo, dopo il clic funereo della porta.

L’uomo si alza.

Il sistema di pulegge e funi ormai lise della volontà, sollevano il corpo e l’anima infrante.

L’uomo scende le scale con gambe granitiche.

Solo gli occhi tradiscono le sue intenzioni.

Gli occhi infestati dai fantasmi.

Il 12/09/2008, lo scrittore David Foster Wallace, giustamente riconosciuto come una mente geniale e fulgido esempio di scrittura contemporanea, scelse di destinare il punto conclusivo del suo ultimo romanzo alla storia tormentata della sua vita.

Sul ventre

Ti ho sentito.

Per la prima volta.

Ssul mio ventre, tra me e tua madre.

C’eri tu, sempre più reale, a dare forma al ventre di tua madre e, ieri, anche sul mio.

Ho sentito il tuo peso, quella massa di te che cresce e vuole farsi conoscere.

Stavi tra me e tua madre.

Ingombrante quasi, forse spingevi per avvvisarmi della tua presenza.

Probabilmente pensavi che stessimo tentando di schiacciarti.

Tranquillo, non è mai stata nostra intenzione.

Probabilmente ti se accoccolato ancora di più; tra l’abbraccio dell’utero materno e il mio ventre.

Forse sono solo fantasie e tu semplicemente dormivi ma a me non importa; io ti ho sentito!

Non era il peso di tua madre, ma il tuo – nuovo, estraneo, pieno – non era semplicemnete la pancia di tua madre ma il tuo corpo che si adagiava sul mio ventre.

Lo posso considerare come un primo abbraccio?

Perché amo leggere

Quando ero piccolo non sapevo quale fosse la differenza tra barba e capelli (le basette, ad esempio sono barba o capelli?), non capivo come si potessero indossare scarpe che non fossero colorate e pensavo che tutti cominciassero a portare un paio di occhiali al compimento di un’età definita “adulta”.

Malgrado molti miei amici fossero costretti all’uso degli occhiali – o delle lenti, chiara mistificazione dell’essere ormai “adulti” – non mi arrendevo al voler rimanere bambino.

Ero fortunato.

La barba tardava a presentarsi e il dilemma barba/capelli era ben lontano dall’essere sciolto.

Continuavo la mia vita beandomi dello status di bambino.

Continuavo anche a crescere però.

Crescere molto.

I piedi, con spiccato senso dell’umorismo, si allungavano mettendo a dura prova la ricerca di scarpe sgargianti da indossare.

Questo fu il primo segno che le cose si stavano mettendo male per me.

Il palazzo di cristallo del mio status di bimbo, mostrava le prime preoccupanti incrinature.

Mi intristii.

Finii dritto dritto in un tubo di scarico nero che portava sempre più giù – o su, in senso alternato – verso quel luogo umido e molliccio che sapevo essere la fine.

Trascinavo le mie giornate da “non più bambino” e “non so bene cosa sono” trascinando i lunghi piedi/pinne nei brevi tratti letto-bagno-cucina-divano.

Al tempo ero un ammasso informe di felpe oversize, coperte patchwork, ciotole vuote di yogurt con cereali e barba sfatta (si, lenta e inesorabile, la barba aveva ricoperto il mio volto).

Non mi rimaneva molto di che gioire.

Tutti i baluardi, contro la tirannide del divenire “adulto”, stavano cadendo come un esercito di uomini di neve in una infuocata battaglia sulla spiaggia.

Mi rimaneva solo la fiaba.

Lessi tutto quello che potei in termini di fiabe per bambini.

Passai a leggere molta della narrativa per ragazzi, scoprendo mondi, popoli, fughe rocambolesche, tanto dai pericoli quanto dall’inerzia.

Passai, senza rendermene conto, alla narrativa più impegnativa: i classici.

Fu devastante!

Avevo messo il primo piede – una fettona  di 47cm, per l’esattezza – sul pianeta “adulti”, ed ero ancora tutto intero.

Non impiegai molto a fare le mie scorribande, sempre più ardite, in quel magico universo chiamato letteratura.

Ma bastava questo a farmi dimenticare la paura di diventare grande?

Più leggevo, più la morsa del dubbio si allentava. Il respiro diventava meno affannoso, chiaro segno che su quel pianeta potevo vivere.

Scoprendo il mondo dei grandi attraverso i libri riuscii a farmi una ragione di tutto questo crescere.

D’improvviso tutte le paure legate al mondo adulto diventavano pallide ombre di cose conosciute e inoffensive.

Finii per stabilirmi sul pianeta “adulti”. Mi feci crescere una barba dignitosa e curata, dimenticando per sempre la questione delle basette (che comunque da sotto il lobo vanno considerata barba) riuscendo a mantenere una vista buona e allenata al mio famelico bisogno di carta stampata.

L’unico inconveniente rimangono le scarpe: non ne trovo, di colorate, della mia misura.

Per tutto il resto c’è un buon libro.

Bisognerebbe stare attenti nel dire

Bisognerebbe stare attenti nel dire: “Ci sarò sempre. Qualsiasi problema dovesse incorrerti, io sarò lì a sostenerti”.

Bisognerebbe stare bene attenti alle promesse vuote.

Siamo davvero così sicuri di poter far fronte ai problemi altrui?

Siamo in grado di sostenere lo sguardo sul groviglio d’emozioni primordiali che affronteremmo?

Credetemi, non lo siamo.

Nessuno di noi è salvo dal dolore.

Non c’è nessuno che sia abbastanza  forte e saldo per farsi carico dei problemi altrui.

Ognuno deve reggere la propria croce e già quella basta a farci crollare a terra ripetutamente.

No, non v’illudete.

Il massimo che potete fare è affiancarvi con la vostra croce a quella del fratello e rivolgergli un sorriso.

Questo potete fare e in questo potete obbligarvi.

Non di più.

Non fate l’errore di sobbarcarvi le croci di altri.

Rimarreste schiacciati a terra, la faccia nella polvere secca, ad implorare pietà, acqua, morte.

E non è detto che passi qualcuno a salvarvi, qualcuno in grado non solo di togliervi di dosso quel peso in più ma anche di farvi accettare quello che, per forza di cose, dovete portarvi addosso.

La vita è questo.

Un bilanciamento continuo di forze, dolori, gioie e passioni.

Bisogna essere dannatamente bravi a far stare tutto su e non troppo ingenui dal credere che tutto rimarrà inalterato nell’equilibrio ottenuto, per sempre.

Pagina successiva »